CANOVA E LA DICOTOMIA VITA-MORTE: DEDALO E ICARO

In questo post voglio proseguire il discorso iniziato con un articolo pubblicato precedentemente e che ha come titolo “Canova e l’eterna dicotomia delle sue opere: fra vita e morte”.

Nella produzione artistica canoviana è possibile annoverare un certo numero di opere nelle quali compare il tema in oggetto: la dicotomia fra la Vita e la Morte. Del resto, tale inclusione dell’idea della Morte in quella della Vita è propria del classicismo idealistico dello scultore, perno di tutte le sue opere.

Queste sono: Dedalo e Icaro (1777-1779); Teseo trionfante sul Minotauro (1781-1783); Monumento funerario di Papa Clemente XIV (1783-1787); Monumento funerario di Papa Clemente XIII (1783-1792); Amore e Psiche giacenti (1787-1793); Adone e Venere (1789-1794); Ercole e Lica (1795-1815); Perseo Trionfante (1797-1801); Monumento funebre di Maria Cristina d’Austria (1798-1805).

Fra di esse si può, inoltre, operare un’ulteriore distinzione: le opere di soggetto mitologico, fra le quali è possibile annoverare: Dedalo e Icaro, Teseo trionfante sul Minotauro, Amore e Psiche giacenti, Adone e Venere, Perseo Trionfante, Ercole e Lica e quelle di soggetto funerario: Monumento funerario di Papa Clemente XIII, Monumento funerario di Papa Clemente XIV e Monumento funebre di Maria Cristina d’Austria.

Tale dicotomia, appare più esplicita nei monumenti funebri in quanto il riferimento alla Morte è evidente nella tipologia stessa dell’opera, mentre il riferimento alla Vita è dato dalla speranza di eternare il defunto attraverso il ricordo, la memoria, come “teorizzato” in poesia da Foscolo.

Al contrario, nelle opere di soggetto mitologico tale declinazione del tema del contrapposto è meno esplicita. Difatti, nella maggior parte dei casi si tratta di sculture che raffigurano personaggi ancora in vita, ma allo stesso tempo pregni di  un anelito di Morte.

Ciò accade, ad esempio, nel gruppo scultoreo di Dedalo e Icaro in cui i protagonisti sono entrambi vivi, ma dal marmo della scultura si sente forte il riferimento al tragico epilogo della vicenda mitologica, che culminerà nella morte di Icaro.

Nel 1777 Canova fu incaricato dal procuratore di San Marco Pietro Vettor Pisani di eseguire a grandezza naturale il gruppo in marmo del Dedalo e Icaro per il suo palazzo (oggi è al Museo Correr).

Il gruppo è unanimemente considerato il capolavoro della giovinezza veneziana di Canova.

Con quest’opera, terminata nel 1779 ed esposta con vivissimo successo alla “Fiera della Sensa”, la Fiera dell’Ascensione, Canova ottenne il decisivo riconoscimento dell’ambiente artistico veneziano.

Guadagnò pure la cospicua somma netta di cento zecchini, con cui poté recarsi a Roma, per quel soggiorno di studio che allora sembrava necessario alla buona formazione d’un giovane artista.[1]

Per il soggetto, l’artista si era ispirato alla favola mitologica narrata da Ovidio nell’Ars amandi (vv. 49-70) e nelle Metamorfosi (libro VIII): iconograficamente esso costituiva, in parte, una novità in quanto era conosciuto in pittura, ma del tutto estraneo alla produzione plastica degli antichi.

In quest’opera, a livello figurativo, il tema del contrapposto si evince sia nel dualismo fra la realistica figura del vecchio Dedalo dal volto rugoso e la bellezza idealizzata del giovane Icaro, sia nella differenza di inclinazione delle due figure, quella di Dedalo curvata in avanti mentre Icaro con l’esile busto rovesciato all’indietro.

Significativo, inoltre, il sottile accento psicologico incentrato sull’espressione preoccupata e perplessa del padre, intento a fissare con la cera un’ala sulla spalla del giovinetto, e il sorriso di quest’ultimo, un misto fra orgoglio e serena incoscienza, tipico di chi ignora l’imminente esito cui sta andando incontro. Ed è proprio in questa lettura che si coglie la dicotomia fra la Vita e la Morte, o meglio in questo caso il richiamo alla Morte; i due protagonisti sono infatti entrambi rappresentati ancora in vita, ma nelle loro espressioni, nei loro gesti, in particolare nel modo in cui Icaro guarda l’ala che Dedalo gli sta apponendo si avverte forte il riferimento alla Morte, all’epilogo luttuoso della vicenda.

La storia, si concluderà con la tragica scomparsa di Icaro, che volerà troppo vicino al sole, il cui calore scioglierà completamente le sue ali di cera, causandone la mortale caduta.

Secondo Argan il gruppo scultoreo può, in ultimo, essere letto anche come un’allegoria della scultura, per via degli strumenti di lavoro, scalpello e mazzuolo, posti ai piedi dei due personaggi.

Dedalo, dunque, come prototipo dello scultore in cui si identifica lo stesso Canova, ma si potrebbe anche leggere un più sottile e inconscio paragone fra l’artista e Icaro: il giovane possagnese si apprestava in quel periodo a lasciare Venezia e a compiere il “volo” verso la città eterna.[2]

Anna Nica Fittipaldi

 

[1] G. Pavanello, Grandi scultori: Antonio Canova, Roma, 2005, p. 48.

[2] G. Pavanello, cit., p. 50.

Rapporto Arte Alchimia

L’Arte come l’Alchimia è un  processo creativo che si esplica attraverso un dar forma mediante una lavorazione materiale e una progettazione  mentale, entrambe ricalcano l’atto della Creazione e possono leggersi come ripetizione della Genesi.

Infatti, alcuni artisti del Rinascimento erano così convinti che l’Arte fosse una sorta di ripetizione del gesto creativo di Dio, da credere che attraverso il procedimento della pittura, della scultura o dell’incisione si avesse una sorta di variante del processo di costituzione della realtà.

L’Alchimia veniva chiamata anche Arte, Ars Magna, infatti  se immaginare per l’alchimista come per l’artista equivale a creare, così creare è immaginare,  tanto che per gli alchimisti il mondo è stato immaginato da Dio ( da ricordare che gli alchimisti fanno riferimento all’immaginazione vera e non a quella fantastica).

L’Alchimia quindi fa da ponte fra l’artista e il Creatore, identificando l’alchimista stesso con il Redentore visto il loro similare compito nei confronti della materia.

L’unione della scienza e della magia dà quindi l’alchimia, attraverso essa si ha lo studio di tutti gli aspetti del trasformare, dalla trasformazione dell’universo alla trasformazione di un metallo in un altro. Il fine del processo alchemico per il buon alchimista era però la trasformazione di se stesso in modo tale da giungere di conseguenza alla trasformazione di tutto il mondo.

Tra i primi e più famosi alchimisti vanno ricordati John Dee ed Edward Kelly, pare che a quest’ultimo si deve il ritrovamento all’interno della tomba di un vescovo di due sfere di platino contenenti una polvere particolare la quale venne poi utilizzata dai due alchimisti per effettuare le trasmutazioni alchemiche.

Attraverso l’utilizzo di questa “polvere magica” sia Dee che Kelly effettuarono diverse trasmutazioni alchemiche, fino a quando la Chiesa di Roma non li bollò come negromanti bloccandone le pratiche alchemiche.

E’ soprattutto nei secoli XVI e XVII che la cultura ermetica ed alchemica ha avuto un ruolo di fondamentale importanza,  facendola risalire ad un  comune modo di intendere e di vedere le cose che aveva quale principio più importante la ciclicità delle fasi della natura e della storia, assunto che è alla base dell’ermetismo.

Questo tipo di cultura influenzava anche le ricerche mediche, è solo nel Seicento infatti con l’utilizzo del metodo sperimentale galileiano che le malattie vengono studiate con un nuovo rigore scientifico.

Altro parallelismo fra Arte e Alchimia può essere letto in relazione al fatto che il processo creativo dell’alchimista ha luogo attraverso il primo momento dell’opus che comporta angoscia e travaglio e cioè la melanosi alchimistica, così pure la creazione artistica, il genio creatore è contraddistinto dal travaglio e dall’angoscia del primo momento della creazione e cioè quello della melanconia; non a caso l’artista viene spesso considerato per questo suo temperamento malinconico un “nato sotto Saturno” per dirla alla Wittkower;

Lo stesso E.Panofsky leggeva nella celebre incisione realizzata dal Durer Melencolia I, un riferimento alla condizione del genio artistico supponendo però che Durer ne volesse indicare i limiti.

Ulteriore analogia tra Arte e Alchimia è da prendere in considerazione proprio  in riguardo al procedimento dell’acquaforte, tecnica di incisione prediletta da Durer che fu anche il primo ad usarla, essa ha molto in comune con il processo alchemico,  in quanto l’acquaforte comune e cioè l’acido nitrico era usato nell’alchimia pratica per separare l’oro dall’argento,  e proprio dall’acquaforte comune prese il nome il procedimento artistico  basato appunto sull’acido nitrico.

Anna Nica Fittipaldi