PALAZZO DE LIETO DA RICOVERO PER MENDICI A SEDE MUSEALE

 

 

Il Palazzo De Lieto prende il nome dalla famiglia di origine amalfitana che nel lontano XVI sec si insediò a Maratea. Il nome della famiglia fu erroneamente cambiato in De Lieto, nel corso degli anni, per un errore di trascrizione.

I Di Lieto si trasferirono a Maratea in occasione del matrimonio fra  Carmine Di Lieto e la figlia del notaio Francesco Antonio Greco. Maratea al tempo godeva di particolari immunità e privilegi concessi dalla casa reale, molto probabilmente, dunque, la scelta del luogo fu dovuta a circostanze favorevoli soprattutto in materia di attività commerciali. A Maratea alla famiglia è dedicata anche una cappella, quella intitolata alla SS. Trinità, ubicata nella chiesa di Santa Maria Maggiore in virtù delle molteplici donazioni fatte da loro.

L’edificio che tutt’ora porta il nome De Lieto fu costruito nel lontano 1734, a proprie spese, da Giovanni De Lieto.

Il benefattore grazie ad un atto testamentario stabilì anche la concessione di una rendita, di tutto il corredo necessario e della relativa casa nei pressi della Chiesa Madre, di quello che secondo le sue volontà doveva essere un “ricovero per mendici”. La struttura nel 1831 fu elevata a rango di ospedale distrettuale da Ferdinando II di Borbone.

Fu alla fine del XIX sec che il palazzo De Lieto cessò la sua funzione ospedaliera, per essere adibito poi a sede scolastica.

Il nome dei De Lieto a Maratea è però tutt’oggi legato ad un ospedale, a Giovanni De Lieto è stato infatti intitolato l’ospedale di Maratea.

Palazzo De Lieto è ubicato a Maratea inferiore nei pressi della Chiesa Madre, e poggia su uno sperone roccioso a vista, integrandosi così perfettamente con le bellezze paesaggistiche, attraverso un affaccio privilegiato sul Golfo di Policastro. L’ingresso è contraddistinto da un portale scolpito a lastre di pietra lavorate a bugne con una conchiglia al centro dell’arco, coevo alla costruzione dell’edificio.

Il benefattore e l’edificazione del De Lieto sono ricordati da una lastra marmorea situata sul frontone che recita: XENODOCHIUM A JOANNE DE LIETO PROPRIO AERE ANNO MDCCXXXIV CONSTRUCTUM ORONTIUS DE FAMILIA HOC LAPIDE ADMONITAM POSTERITATEM VOLUIT (Xenodochio costruito a proprie spese da Giovanni De Lieto nell’anno 1734. Oronzio, della stessa famiglia, con questa lapide volle ricordarlo ai posteri).

Il palazzo si erge su due piani, ogni piano ha quattro vani e a sinistra della facciata principale al secondo piano vi sono quattro finestre angolari ad arco che danno luce alla scala interna, coperta con voltine a crociera. A lato mare il palazzo, per entrambi i piani, presenta due loggiati con volte a crociera; il loggiato del primo piano è formato da due arcate di grandi dimensioni, mentre quello del secondo piano ne ha cinque, di cui una più piccola. Gli archi a tutto sesto poggiano su sei colonne di piccole dimensioni di natura lapidea.

All’interno del primo ambiente è presente un altare in stucco sormontato da una cornice delimitata da volute. Esso è inserito in un’arcata contraddistinta da uno stemma coronato raffigurante un uccello con una foglia nel becco.

L’ edificio oggi è di proprietà del MIBACT, ed è stato adibito a sede museale. I piani di palazzo De Lieto ospitano sia mostre temporanee sia collezioni permanenti afferenti al Museo Archeologico che ha sede al suo interno. L’esposizione è concepita su due livelli, il primo dei quali interamente dedicato alle tematiche dell’archeologia subacquea.

Nella prima sala è ubicata la sezione didattica sulla navigazione, le navi e le loro tecniche costruttive nell’antichità, poi viene presentata la collezione di ancore e cerchi d’ancora provenienti dal giacimento di “Santo Janni” costituito da oltre 60 reperti dal II sec aC al II dC (ritenuto da studiosi illustri il giacimento più importante del Mediterraneo).

Gli esemplari più suggestivi e degni di nota sono: un ceppo d’ancora con inciso il termine VENUS capovolto, da Venere uno dei numi tutelari per eccellenza dei marinai (presumibilmente era il nome della nave che lo trasportava). Ed altre ancore con inciso gli “astragali” – riproduzione di ossa di animali che si riteneva portare fortuna, una con cassetta laterale (e non centrale come tutte  le altre) e braccia a sezione triangolare, usata probabilmente, per la navigazione fluviale, raffigurazione ascrivibile sempre alla venerazione della dea Venere poiché la combinazione fortunata che viene rappresentata è infatti quella detta “colpo di Venere”.

Nella saletta adiacente in una vetrina orizzontale sono conservati i reperti ossei  di animali recuperati nella grotta LINA, nei pressi di Marina di Maratea, risalenti al periodo pleistocenico ca.150.000 anni fa. Successivamente, abbiamo una sezione dedicata alle anfore, contenitore d’eccellenza per il trasporto marino.

Al secondo piano vi è un’esposizione che ha come scopo quello di documentare, nelle varie epoche, l’interazione  tra i naviganti e gli abitanti della costa, spaziando perciò dai siti dell’Età del Bronzo agli insediamenti preromani, romani e altomedievali, sino al sistema di difesa costiera creato in età moderna.

Al momento, gli aspetti illustrati sono quelli più direttamente connessi al mare:  la lavorazione del pesce e la produzione di garum, salsa di pesce che veniva prodotta nella peschiera situata sull’isola di “Santo Janni”.

La ricerca di testimonianze di archeologia subacquea a Maratea ebbe inizio tra gli anni ‘60 e ‘70 del Novecento, grazie ad un gruppo di subacquei piemontesi, che effettuarono anche i primi recuperi, ragion per cui il primo ceppo strappato ai fondali, nel 1966, si trova nel museo di Torino, ed altri due, recuperati tra il 1975 e il 1977, nel Museo del Mare di Venaria Reale.

A questi primi ritrovamenti seguirono nuove segnalazioni: così, nel 1980, la Soprintendenza decise di procedere ad un primo controllo del fondale presso “Santo Janni”, ed in poche ore i subacquei riemersero con un ceppo ed una contromarra in piombo. Un’esplorazione in piena regola, fu svolta nel 1981, con il recupero di nove ceppi e di una seconda  contromarca, a questo punto si ebbe la certezza che si trattasse di un vero e proprio giacimento di ancore. Dopo il 1981, le ricerche subacquee a Maratea segnarono però una lunga battuta d’arresto, con una sola eccezione: la scoperta, nel 1986, di un relitto poco a Sud di “Punta della Matrella”, ed il recupero di buona parte del suo carico. Un lieve incremento si è avuto ancora nelle campagne svolte tra il 1996 e il 1999 (anno in cui la ricerca si è interrotta); in ogni caso, con un totale di 63 pezzi, quello di “Santo Janni” si conferma come il giacimento di ancore pertinenti a navi onerarie più consistente del Mediterraneo.

Un recente scavo, nei pressi della piccola cappella absidata i cui ruderi sopravvivono sulla cresta dell’isolotto, ha messo in luce, in un piccolo recinto quadrangolare, alcune sepolture delimitate da  muretti in pietre, laterizi e calce, e  ricoperte con tegole;  i pochi oggetti di corredo si datano tra il VI e il VII secolo d.C. Non ci sono al momento elementi per collegare queste presenze con la tradizione  sull’arrivo delle reliquie di S. Biagio, né per datare con precisione la costruzione della chiesetta;  Il luogo si è pero sempre contraddistinto per un’aura di sacralità, confermata anche dal fatto che tra il XVII e il XVIII secolo, alcuni pellegrini, riconoscibili da medagliette devozionali e  grani di rosario, sbarcò sull’isola e, sentendo ormai prossima la fine della vita, scelse di rimanervi per sempre, facendosi seppellire tra le rovine della cappella: è questo,  forse, l’ultimo segreto di “Santo Janni”.

Verrà inaugurata il 7 agosto alle ore 18:30

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la prossima mostra che si terrà a Palazzo De Lieto, fino ad ottobre che si intitolerà: “Tra la Val d’Agri e il mare. Archeologia e paesaggi lucani.” La mostra ha lo scopo di valorizzare l’importantissimo patrimonio archeologico del territorio Lagonegrese, con focus su Maratea e Guardia Perticara.

 

 

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