Lauria e i suoi tesori nascosti parte III

Continua la mia attività di divulgazione dei piccoli grandi tesori di Lauria. Oggi voglio presentarvi una tela custodita nella Chiesa Madre San Nicola di Bari del Rione Superiore.

sellitto

La tela, realizzata ad olio, è situata al di sopra del terzo altare nella navata destra,ed ha come soggetto iconografico la Madonna degli Angeli tra San Francesco d’Assisi e Sant’Antonio da Padova, l’ opera è stata attribuita al pittore di origine montemurrese Carlo Sellitto e datata fra il 1608-12. L’artista è inserito tra i cosidetti Caravaggeschi di prima generazione, famoso dunque per aver contribuito alla diffusione dello stile del più famoso Caravaggio in Italia meridionale.

Sellitto si contraddistingue per uno stile pittorico a metà fra tradizione ed innovazione. Gli elementi legati alla tradizione si devono alla sua prima formazione di matrice manierista infatti apparteneva alla corrente di Giovan Bernardo Azzolino e Fabrizio Santa Fede. Il peso di questa formazione permane nell’impostazione del disegno delle sue opere. L’innovazione è data senza dubbio dalla sua svolta verso l’imperante naturalismo, rivestono fondamentale importanza sia la sua esperienza formativa  a Napoli presso la bottega del pittore fiammingo Loise Croys risalente al 1591 ca., sia i due soggiorni del Caravaggio a Napoli risalenti al 1606/07 il primo e al 1609/10 l’ultimo. Il suo credo naturalistico è oggettivato tanto dal “modus operandi” quanto dalla scelta dei soggetti, animati da una forte tensione emotiva e da una profonda verità. Il tutto dovuto anche all’influsso del Battistello Carracciolo primo caravaggesco napoletano.

Entrambi si pongono tra i caravaggeschi della prima generazione,che si contraddistinguono per una prima formazione tardo manierista e per aver conosciuto direttamente Caravaggio.

Il sud Italia si caratterizza per una  particolare interpretazone del naturalismo caratterizzata da una costante attenzione agli aspetti più crudi del dato reale, raffigurato senza alcuna concessione retorica. La maniera di dipingere seguiva i dettami del Maestro, infatti le opere si contraddistinguevano per scene illuminate da un raggio di luce forte e diretta, il quale faceva emergere le figure del fondo scuro e creava forti contrasti chiaroscurali, e per il taglio compositivo ravvicinato con soggetti a grandezza naturale ripresi dalla realtà senza idealizzazione.

Ritornando alla tela in questione, la preziosità del dipinto è stata messa in evidenza dallo studioso Francesco Abbate, curatore della mostra “Visibile Latente”  tenutasi a Policastro nel 2004. Il dipinto in questione è affiorato nel 2002, durante le operazioni di smontaggio, sul dorso di una tela ottocentesca di identico soggetto, ancora oggi conservata nella Chiesa, la scoperta fortuita si deve alla Dott.ssa Regina del MIBACT.

Il titolo del dipinto è dovuto, probabilmente al fatto che la Vergine, recante in braccio il Bambin Gesù, è raffigurata assisa sulle nuvole e circondata da vari angeli diversi per età e dimensioni; abbiamo infatti cherubini (resi come teste infantili alate) putti ( i cosiddetti angeli bambini) e molto probabilmente i due angeli più adulti raffigurati in volo ai lati della Vergine sono Serafini. Sono proprio questi ultimi a  porre sul capo della Vergine una corona, gesto che farebbe pensare alla scena dell’incoronazione., tema  che si rifà ad una tradizione extrabiblica, al testo apocrifo del Transitus Mariae ripreso nella Leggenda aurea. Quest’iconografia è tipica della pittura del XVII sec.

                                           sellitto parte sup

Nel registro inferiore raffigurati in espressione estatica abbiamo due santi francescani, come è facilmente deducibile dal fatto che entrambi hanno l’abito francescano,e nello specifico S. Antonio da Padova a destra con i tipici attributi del giglio, crocifisso, libro, saio, fiamma e cuore e S. Francesco a sinistra con il saio bruno, il cingolo le stigmate e il crocifisso oggetto di adorazione. L’ attenzione rivolta all’ esatta rappresentazione dei Ss resi riconoscibili dai tipici attributi si deve alle regole impartite dalla Chiesa durante il periodo della Controriforma.

sellitto parte inferiore

La tela in esame  dove non è emersa alcuna firma e data, sulla base di raffronti di natura stilistica ben s’inserisce nella produzione del Sellitto, infatti anche in questo caso il pittore di origini lucane (nato nel 1580 a Montemurro) ha saputo filtrare attraverso il proprio vissuto, la propria esperienza sociale ed umana e l’iniziale formazione di stampo manierista, l’insegnamento naturalistico del maestro, in modo da sviluppare un linguaggio che si può definire “protocaravaggesco”.

sellitto

Gli echi manieristici si colgono nell’impostazione della scena di stampo tradizionale, soprattutto nella parte superiore del dipinto, caratterizzata da una semplicità d’impianto intrisa di spirito devozionale, oltre che dal cromatismo che accorda i toni più scuri delle vesti dei Santi con quelli più delicati e luminosi di quelle della Vergine e dalla morbidezza del modellato; mentre il dettato caravaggesco si desume tanto dal sapiente ed attento utilizzo della luce, una “luce tagliente” che proveniendo dall’alto si alterna a stacchi d’ombra favorendo così effetti chiaroscurali e di ombreggiature, quanto per la resa dei sentimenti, infatti l’opera risulta animata da una forte tensione emotiva,  ben si coglie il senso di religiosità e verità che pervade il dipinto.

Dal modo di rendere i personaggi si evince l’abilità del Sellitto come ritrattista, infatti soprattutto nei due santi francescani si nota la veridicità e naturalezza dei tratti e dell’espressione, ciò oltre a testimoniare la bravura e abilità del Nostro ci rende testimonianza del suo attingere, come da lezione caravaggesca, non più al repertorio classico ma a quello della strada, dell’abitudine, del vissuto, non risparmiando gli aspetti crudialiano sellitto

e persino volgari dell’esistenza. I suoi personaggi sono reali, tratti dalla realtà quotidiana, privi della patina e del decoro tanto cari agli assertori della Controriforma. Inoltre la sigla stilistica del pittore è ben evidenziata anche negli elementi coloristici e nel disegno scorrevole, tutte caratteristiche riscontrabili anche in sue opere firmate come La Madonna del suffragio e donatore ad Aliano.

Il volto della Vergine della tela in esame è l’esatta copia di quello della Madonna di Aliano e si distingue anche per alcuni dettagli tipici dell’artista come il modo di rendere l’acconciatura ed il velo trasparente.

volto aliano     partic volto

Un altro elemento che ha confermato l’attribuzione è la presenza dei puttini paffuti con il tipico diadema fissato sulla massa soffice dei capelli ancora di stampo tardo manierista,

diadema putti

sellitto partic putti diadema lauria

così come le tonalità calde dell’abito rosa e del manto azzurro della Vergine, oltre che il taglio radente della luce sul corpo nudo del Bambino in modo analogo a quello di Aliano.

bamb aliano    sellitto bambino

Anna Nica Fittipaldi

Lauria e i suoi tesori nascosti parte II

Rieccomi, salve a tutti!

Visto il successo riscontrato dal precedente post, ho deciso di continuare nella spiegazione delle opere d’arte presenti a Lauria (PZ). Sono passati solamente pochi giorni dalla festività di Sant’Antonio, ecco perchè ho deciso di scrivere un post sul polittico conservato nella Chiesa del Convento dei frati Cappuccini.

borgh pic

Immacolata Concezione tra i Santi Antonio da Padova, San Carlo Borromeo, San Matteo , San Luca e l’Eterno Padre IPPOLITO BORGHESE e PAOLO FINOGLIO

Polittico

Olio su tela

Cm 520 x 430

1627 datato

Altare Maggiore Chiesa di Sant’Antonio LAURIA (PZ)

 

Il polittico dell’altare maggiore della Chiesa di Sant’Antonio,  è costituito da un’incorniciatura in legno con intarsi e decorazioni in oro  e composto da 6 dipinti realizzati ad olio su tela: al centro l’Immacolata Concezione, ai lati Sant’Antonio da Padova (sinistra) e San Carlo Borromeo (destra), nel registro superiore San Matteo e San Luca (rispettivamente a destra e sinistra), nella cimasa l’Eterno Padre.

La Grelle pubblica l’ancona dell’altare maggiore della Chiesa di Sant’Antonio per la prima volta nel 1981 come opera del pittore di origine umbra Ippolito Borghese nato nel 1568, e trasferitosi successivamente a Napoli, anche la Ferrante ne ribadisce l’attribuzione, mentre nel 1991 il De Castris lo assegna alla collaborazione fra  il Borghese ed il pittore napoletano Paolo Finoglio da alcuni studiosi considerato come suo apprendista e appartenente alla medesima formazione, tale collaborazione risulta essere attestata sulla base di un documento pubblicato dal Nappi nel 1990 : “ a notaro Michel’Angelo Honorato duc.20. e per lui a Paulo Finoglio pittore et sono per tanti che l’Università de Lauriadeve per saldo e compimento di duc. 70 per il quadro fatto per esso Paolo et il quondam Polito Borghese per la Chiesa di Sant’Antonio delli cappuccini di detta terra di Lauria.”

Nel polittico in esame è possibile ravvisare una dicotomia fra tradizione ed innovazione, gli elementi di tradizione sono riconducibili alla mano del Borghese, pittore considerato “di transizione” e esponente di spicco dell’ultima stagione della pittura manierista napoletana, mentre l’apertura all’innovazione pittorica di Caravaggio si coglie nell’intervento del Finoglio, pittore che al pari del Sellitto può essere considerato un caravaggesco. La cultura tardo cinquecentesca si ravvisa nella struttura iconografica e  nella straordinaria sapienza compositiva di  grande oratoria sacra, di monumentalità tutta romana che è riconducibile al Borghese, e  che ha come referenti artistici Scipione Pulzone e Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, pittori tardo cinquecenteschi, attivi a Roma che molto probabilmente il Borghese conobbe in occasione del viaggio per il Giubileo del 1600; in particolar modo nella parte centrale dove è raffigurata  la sfolgorante Immacolata concezione, resa secondo la tipica iconografia desunta da quella della Donna vestita di sole dell’Apocalissi Giovannea, che nelle forme dilatate e incombenti pregne di colori saturi, di blu di rossi di vapori dorati rivela  sia una sensibilità già barocca che la preziosa resa dei dettagli di gusto tardo-manierista. Questa parte risulta molto simile ad un’altra parte centrale di un polittico, con la stessa iconografia, sicuramente realizzato dal Borghese perché datato e firmato, per i cappuccini della Chiesa di Camerota (SA).

parte centrale                                           borghese immacolata camerota

L’apertura all’innovazione caravaggesca è ravvisabile invece secondo il De Castris nell’ intervento del Finoglio, in particolare nelle figure dei Ss maggiori Antonio e Carlo Borromeo ai lati dell’Immacolata,riconoscibili per i consueti attributi del giglio e del bastone pastorale, nei quali i modelli caratteristici, devoti e sdolcinati del Borghese caratterizzati dall’impasto soffice degli incarnati, assumono una saldezza plastica e una verità di luce a quegli del tutto ignote; in particolare  nel S. Antonio il Finoglio manifesta un’arguzia concreta e feriale.

s antonio                                               san carlo borromeo

Le due tele del registro superiore  gli evangelisti Matteo e Luca, il primo rappresentato nell’atto di vergare il Vangelo dietro suggerimento dell’Angelo e l’altro con l’attributo del bue, pur conservando anch’essi nel disegno una chiara matrice borghesiana palesano un grado anche maggiore di resa naturalistica nelle fisionomie, nelle rugosità della pelle, nelle stoffe, che risulta affine ad opere coeve del Finoglio. Caravaggesco è inoltre anche l’utilizzo della luce che in particolare nelle tele dove sono raffigurati i Santi fa in modo che le figure si staglino dal fondo scuro creando sapienti effetti chiaroscurali.

san Matteo            san luca

Il polittico è datato al 1627 ed è forse l’ultima opera realizzata dal Borghese che morirà nel marzo dello stesso anno.

Anna Nica Fittipaldi

L’Amore dormiente: storia ed evoluzione di un tema iconografico

I temi iconografici non sono qualcosa di costante e di immutabile, al contrario sono i loro cambiamenti che evidenziano l’interesse o il disinteresse per determinate iconografie e di conseguenza per concezioni e valori ad esse connesse.

Solitamente, può capitare che si verifichino variazioni all’interno dei singoli soggetti le quali indicano a loro volta mutamenti sia artistici sia di contenuto.

Fra i molteplici temi iconografici esistenti ho intenzione di approfondire quello dell’Amore dormiente.

Il percorso evolutivo dell’Amore dormiente ha inizio nel mondo classico, in questo periodo si riscontra anche una grande fioritura dell’iconografia. Al contrario, durante il Medioevo si rileva una minore incidenza di questo tema iconografico.

Ciò è dovuto, molto probabilmente, al fatto che il dio dell’amore viene considerato fuori dai canoni essenzialmente moralistici che caratterizzano, in genere, la cultura medievale.

Difatti molto più diffusa, in questo lasso di tempo, rispetto all’iconografia dell’Amore dormiente, portavoce di significati e valenze per lo più positivi, è quella di Amore cieco o bendato, proprio perché tali caratteristiche servivano a mettere in luce gli aspetti negativi della divinità.

Preziosissimo  per analizzare il passaggio dal motivo dell’ “accecamento” a quello dello “sbendamento” e quindi di conseguenza  da una considerazione negativa di Amore ad una rinnovata accezione positiva è il testo di Panofsky (Studi di iconologia. I temi umanistici nell’arte del Rinascimento, 1975).

Prima però di restituire la vista al dio si ha una rivalutazione in chiave positiva della sua cecità, tale stadio intermedio è ben delineato nel testo di Wind (Misteri pagani nel Rinascimento, 1971) in cui viene messo in evidenza come l’amore cieco venga considerato, a partire dal Quattrocento, la forma suprema dell’amore neoplatonico.

Riacquistata la vista oltre che la valenza positiva, ecco che a partire dall’Umanesimo si ha un’ulteriore diffusione dell’iconografia di Amore dormiente.

Inoltre quello del Cupido dormiente diventa un soggetto utile agli artisti per misurarsi, compararsi con i grandi maestri del passato, proprio in virtù della  sua grande diffusione in epoca classica. Tant’è vero che, come ben esplicato dal  famoso caso michelangiolesco, la gara con l’antico si “disputa” scegliendo come termine di confronto proprio tale iconografia, al limite spesso della falsificazione.

Successivamente nel corso del Cinquecento, dietro la spinta della Controriforma, l’Amore dormiente viene interpretato come un’immagine di moderazione con un chiaro intento morale e didascalico, come un riferimento al tema umanistico del controllo sulle passioni ed inserito nella contrapposizione fra amor-voluptas e virtus.

Ciò in virtù del fatto che il sonno è inteso come momento in cui Amore è domato, temperato, mitigato ed innocuo. Un Cupido addormentato, come evidenziato anche all’interno dell’Ikonclass può significare una diminuita influenza di Amore, e rimandare al concetto dell’Amore moderato da intendersi anche come Amore addomesticato.

In merito a tali considerazioni, è da sottolineare come Calvesi (Le realtà del Caravaggio, 1990) sviluppi il concetto del predominio delle passioni e dell’amore carnale, contrapposto all’amore virtuoso, intellettuale e teologico richiamando l’iconografia di Cupido dormiente in cui lo stato di assopimento viene inteso proprio come il riposo dall’impeto della passione e dal  breve piacere dei sensi, in chiara lettura moraleggiante.

Durante il Seicento, sulla scia dell’influsso dell’Amore dormiente di Caravaggio, si ha una vasta diffusione del soggetto, in particolar modo nella cerchia dei pittori caravaggeschi, come ben messo in evidenza dalla Macioce (L’Amore dormiente nella pittura caravaggesca, 2004).

I seguaci del maestro lombardo avranno il merito di inserire l’iconografia in nuovi contesti che le conferiranno ancora nuovi significati.

Nel corso dei diversi periodi storici, l’Amore dormiente, dunque, non subisce soltanto delle trasformazioni a livello formale, ma la poliedricità del soggetto viene messa in evidenza anche e soprattutto dal significato che  esso assume a seconda dei contesti in cui è inserito.

 Anna Nica Fittipaldi