La Crocifissione di Mariano Lanziani

quadro san nicola LanzianiL’opera che analizzerò in questo articolo è situata nella Chiesa Madre San Nicola di Bari in Lauria, nello specifico nella cappella dedicata al Beato Domenico Lentini.

L’autore è Mariano Lanziani, artista di origini lauriote conosciuto soprattutto per la sua attività pittorica di matrice religiosa e operante per lo più in terra lucana.

Nell’opera è raffigurato Gesù crocifisso con ai suoi piedi la Vergine, Maria Maddalena e San Giovanni Evangelista.

Il Lanziani ambienta il fatto sacro in uno scenario naturalistico caratterizzato da pochi elementi; difatti come ben sappiamo la Crocifissione si svolse sul monte Golgota, ed è proprio uno scenario naturalistico, montuoso quello dipinto dal pittore come proscenio sul quale si svolgono i fatti rappresentati. A far da sfondo alla Crocifissione una veduta di città, purtroppo i pochi elementi architettonici dipinti non permettono di individuare la città di riferimento, ma la si potrebbe definire come una città ideale. Forse, questa scelta compositiva è stata fatta per conferire maggiore rilevanza alla raffigurazione del “Sacro” senza troppi orpelli che avrebbero potuto distogliere l’attenzione dello spettatore.

Da notare è anche l’importanza data al cielo, il quale occupa i ¾ dello sfondo,  un cielo simbolico il cui colore reso quasi a sfumature che gli conferiscono una tonalità rossa aranciata, fa riferimento al colore cardine della Passione di Cristo.

Protagonista assoluto della scena è Gesù, rappresentato sulla croce di legno, su cui è visibile la scritta INRI (Jesus Nazarenus Rex Iudaeorum). L’artista fedele all’iconografia classica lo dipinge seminudo coperto solo da un drappo bianco, ciò rende ben visibili le ferite sul suo corpo. Gesù ha le mani e i piedi sanguinanti per essere stati trafitti dai chiodi con i quali fu messo in croce e un’altra ferita al costato che fu realizzata da un soldato che lo colpì con la lancia. Il volto di Cristo, con il capo circondato dalla corona di spine e dall’aureola non ha un’espressione sofferente, ma al contrario sembra quasi calmo, imperturbabile come se niente potesse più fargli del male.

Alla sua sinistra la Madonna vestita nei colori canonici del blu e del rosso, che richiamano rispettivamente il colore celestiale della divinità e il colore terreno, l’esistenza terrena.  La Madonna è resa con le mani giunte in segno di preghiera mentre il suo volto ed il suo sguardo sofferente e a tratti preoccupato sono rivolti verso suo figlio. Alla base della Croce ai piedi di Cristo è Maria Maddalena, raffigurata con i tipici capelli lunghi sciolti, il volto sofferente, mentre sembra quasi che con le mani stia raccogliendo il sangue che fuoriesce dalle ferite ai piedi di Gesù. Alla destra di Cristo vi è Giovanni l’Evangelista, il più giovane e il prediletto tra gli apostoli. Nella scena della Crocifissione egli occupa un posto privilegiato accanto alla croce con la Madonna che Cristo gli affida in punto di morte. San Giovanni è detto in tale contesto “dolente”, e ben lo si percepisce sia dalla sua espressione sia dal modo in cui ha le mani intrecciate e rivolte verso il basso. Questa iconografia si  ritrova spesso nelle rappresentazioni del santo è presente infatti in diverse opere, tra cui il Trittico Galitzin del Perugino.

A livello stilistico la tela si caratterizza per una scelta compositiva incentrata sulla semplicità, pochi gli elementi architettonici, solo alcuni edifici identificabili con quelli di una città come un ponte e altre costruzioni sullo sfondo, molta importanza è data invece alla raffigurazione del fatto Sacro che si svolge in primo piano occupando così la stragrande maggioranza del dipinto.

La tela sembra piuttosto statica, difatti i protagonisti sono come bloccati, assorti in espressioni contemplative o di dolore. Seppur un certo movimento è dato dai drappeggi delle vesti e dall’utilizzo della prospettiva che dona profondità alla scena raffigurata.

A livello coloristico e luministico abbiamo una prevalenza di tonalità chiare e molta luce soprattutto nella parte superiore, sembra quasi che i personaggi siano rischiarati dalla luce del sole, resa con pennellate sfumate che vanno dal giallo all’arancione fino quasi al rosso, questo espediente pittorico oltre a dare profondità alla scena dona calore anche alle tonalità fredde delle vesti dei personaggi.

Dott.ssa Anna Nica Fittipaldi

DALL’ANALISI DI UNA TELA ALLA FORMULAZIONE DI IPOTESI SUL RAPPORTO SPIRITUALE ESISTENTE FRA IL BEATO DOMENICO LENTINI E SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI

 

 

Qualche tempo fa, precisamente il 12 ottobre è stato celebrato presso la Chiesa Madre San Nicola di Bari il 19esimo anniversario della beatificazione del Lentini alla presenza del Vescovo Mons. Orofino e dell’arcivescovo Monsig. Sirufo.

Più che soffermarmi sulla biografia del Lentini, vorrei provare ad indagare un aspetto un po’ meno noto e che riguarda il suo “rapporto” con Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la probabile spiegazione del perché in Chiesa Madre troviamo una tela dedicata a questo Santo.

Studiando il significato iconografico ed iconologico della tela dipinta da Mariano Lanziani, ho avuto modo di scoprire ed analizzare anche lo speciale “rapporto” esistente fra Sant’Alfonso ed il Beato Domenico Lentini.

Prima di parlare di ciò, è però opportuno fare un piccolo accenno sui Redentoristi, l’Ordine fondato proprio da Sant’Alfonso nel 1732, e sulla speciale devozione che il vescovo di Lauria del XIX sec., Monsig. Laudisio, avesse verso di loro.

Pare, infatti, che il Monsignore fosse tanto devoto a Sant’Alfonso al punto da aver chiesto  più volte la realizzazione di una tela dedicata al Santo. A riprova di tale devozione vi è non solo il fatto che il Monsignore fosse un Redentorista, ma anche la sua accertata volontà a far costruire una casa per i Redentoristi nell’ex convento di San Bernardino a Lauria Inferiore.

Nel 1843, infatti, Monsignor Laudisio propose tale volontà ai Redentoristi, i quali inizialmente rifiutarono in quanto si erano già stabiliti a Vallo di Lucania, poi però accettarono anche  in seguito alle insistenze del Vescovo; ma prima che si potesse procedere alla conclusione del restauro degli edifici  del Convento di San Bernardino (ora Convento dell’Immacolata) iniziato verso il 1858, e quindi all’erezione canonica della nuova fondazione, si verificarono alcune circostanze che la resero impossibile, come la fine del regno borbonico e la morte di Monsignor Laudisio (1862).

Molto probabilmente, dopo la morte del Vescovo fu realizzata una tela raffigurante Sant’Alfonso come da sua volontà, e la tela fatta da Mariano Lanziani nel 1948 potrebbe essere quindi una copia di quella risalente al 1800, oggi perduta.

Forse però la tela di Sant’Alfonso si trova in Chiesa madre non solo per questo motivo, ma anche per voler in qualche modo sottolineare il legame spirituale esistente fra il Santo ed il Beato.

Tale rapporto va sottolineato, che non è tanto da intendersi in senso di conoscenza personale, poiché quando Sant’Alfonso morì il Lentini aveva solamente sedici anni, ma più che altro come rapporto spirituale.

I biografi del Lentini sono quasi unanimi nel sottolineare il legame spirituale e dottrinale con S. Alfonso, cosa che può considerarsi scontata, dato che il Beato si trovò a vivere e ad operare a cavallo tra Sette e Ottocento, in una regione battuta da S. Alfonso e dai suoi missionari, per di più in una diocesi che aveva un Vescovo redentorista.

Purtroppo, però, non conoscendo nemmeno nello specifico gli studi compiuti dal Lentini o i titoli dei testi che era solito leggere ciò non può essere affermato con certezza, ma rimane in chiave di ipotesi. Certamente il Lentini era solito fare quotidianamente la visita al SS. Sacramento come raccomandava S. Alfonso, nel suo repertorio aveva una predica su « Le glorie di Maria », che era anche il titolo di un famoso libro di S. Alfonso, usava uno stile oratorio semplice e popolare, come voleva S. Alfonso, si improvvisava «cantautore» proprio come S. Alfonso.

Questi elementi certamente non bastano a provare del tutto un particolare influsso dottrinale sul Lentini da parte del Liguori, anche perché quest’ultimo venne canonizzato solo nel 1839 quando il Lentini era già morto, però possono quantomeno contribuire a rafforzare l’ipotesi di un’influenza spirituale.

 

Anna Nica Fittipaldi

Lauria e i suoi tesori nascosti parte III

Continua la mia attività di divulgazione dei piccoli grandi tesori di Lauria. Oggi voglio presentarvi una tela custodita nella Chiesa Madre San Nicola di Bari del Rione Superiore.

sellitto

La tela, realizzata ad olio, è situata al di sopra del terzo altare nella navata destra,ed ha come soggetto iconografico la Madonna degli Angeli tra San Francesco d’Assisi e Sant’Antonio da Padova, l’ opera è stata attribuita al pittore di origine montemurrese Carlo Sellitto e datata fra il 1608-12. L’artista è inserito tra i cosidetti Caravaggeschi di prima generazione, famoso dunque per aver contribuito alla diffusione dello stile del più famoso Caravaggio in Italia meridionale.

Sellitto si contraddistingue per uno stile pittorico a metà fra tradizione ed innovazione. Gli elementi legati alla tradizione si devono alla sua prima formazione di matrice manierista infatti apparteneva alla corrente di Giovan Bernardo Azzolino e Fabrizio Santa Fede. Il peso di questa formazione permane nell’impostazione del disegno delle sue opere. L’innovazione è data senza dubbio dalla sua svolta verso l’imperante naturalismo, rivestono fondamentale importanza sia la sua esperienza formativa  a Napoli presso la bottega del pittore fiammingo Loise Croys risalente al 1591 ca., sia i due soggiorni del Caravaggio a Napoli risalenti al 1606/07 il primo e al 1609/10 l’ultimo. Il suo credo naturalistico è oggettivato tanto dal “modus operandi” quanto dalla scelta dei soggetti, animati da una forte tensione emotiva e da una profonda verità. Il tutto dovuto anche all’influsso del Battistello Carracciolo primo caravaggesco napoletano.

Entrambi si pongono tra i caravaggeschi della prima generazione,che si contraddistinguono per una prima formazione tardo manierista e per aver conosciuto direttamente Caravaggio.

Il sud Italia si caratterizza per una  particolare interpretazone del naturalismo caratterizzata da una costante attenzione agli aspetti più crudi del dato reale, raffigurato senza alcuna concessione retorica. La maniera di dipingere seguiva i dettami del Maestro, infatti le opere si contraddistinguevano per scene illuminate da un raggio di luce forte e diretta, il quale faceva emergere le figure del fondo scuro e creava forti contrasti chiaroscurali, e per il taglio compositivo ravvicinato con soggetti a grandezza naturale ripresi dalla realtà senza idealizzazione.

Ritornando alla tela in questione, la preziosità del dipinto è stata messa in evidenza dallo studioso Francesco Abbate, curatore della mostra “Visibile Latente”  tenutasi a Policastro nel 2004. Il dipinto in questione è affiorato nel 2002, durante le operazioni di smontaggio, sul dorso di una tela ottocentesca di identico soggetto, ancora oggi conservata nella Chiesa, la scoperta fortuita si deve alla Dott.ssa Regina del MIBACT.

Il titolo del dipinto è dovuto, probabilmente al fatto che la Vergine, recante in braccio il Bambin Gesù, è raffigurata assisa sulle nuvole e circondata da vari angeli diversi per età e dimensioni; abbiamo infatti cherubini (resi come teste infantili alate) putti ( i cosiddetti angeli bambini) e molto probabilmente i due angeli più adulti raffigurati in volo ai lati della Vergine sono Serafini. Sono proprio questi ultimi a  porre sul capo della Vergine una corona, gesto che farebbe pensare alla scena dell’incoronazione., tema  che si rifà ad una tradizione extrabiblica, al testo apocrifo del Transitus Mariae ripreso nella Leggenda aurea. Quest’iconografia è tipica della pittura del XVII sec.

                                           sellitto parte sup

Nel registro inferiore raffigurati in espressione estatica abbiamo due santi francescani, come è facilmente deducibile dal fatto che entrambi hanno l’abito francescano,e nello specifico S. Antonio da Padova a destra con i tipici attributi del giglio, crocifisso, libro, saio, fiamma e cuore e S. Francesco a sinistra con il saio bruno, il cingolo le stigmate e il crocifisso oggetto di adorazione. L’ attenzione rivolta all’ esatta rappresentazione dei Ss resi riconoscibili dai tipici attributi si deve alle regole impartite dalla Chiesa durante il periodo della Controriforma.

sellitto parte inferiore

La tela in esame  dove non è emersa alcuna firma e data, sulla base di raffronti di natura stilistica ben s’inserisce nella produzione del Sellitto, infatti anche in questo caso il pittore di origini lucane (nato nel 1580 a Montemurro) ha saputo filtrare attraverso il proprio vissuto, la propria esperienza sociale ed umana e l’iniziale formazione di stampo manierista, l’insegnamento naturalistico del maestro, in modo da sviluppare un linguaggio che si può definire “protocaravaggesco”.

sellitto

Gli echi manieristici si colgono nell’impostazione della scena di stampo tradizionale, soprattutto nella parte superiore del dipinto, caratterizzata da una semplicità d’impianto intrisa di spirito devozionale, oltre che dal cromatismo che accorda i toni più scuri delle vesti dei Santi con quelli più delicati e luminosi di quelle della Vergine e dalla morbidezza del modellato; mentre il dettato caravaggesco si desume tanto dal sapiente ed attento utilizzo della luce, una “luce tagliente” che proveniendo dall’alto si alterna a stacchi d’ombra favorendo così effetti chiaroscurali e di ombreggiature, quanto per la resa dei sentimenti, infatti l’opera risulta animata da una forte tensione emotiva,  ben si coglie il senso di religiosità e verità che pervade il dipinto.

Dal modo di rendere i personaggi si evince l’abilità del Sellitto come ritrattista, infatti soprattutto nei due santi francescani si nota la veridicità e naturalezza dei tratti e dell’espressione, ciò oltre a testimoniare la bravura e abilità del Nostro ci rende testimonianza del suo attingere, come da lezione caravaggesca, non più al repertorio classico ma a quello della strada, dell’abitudine, del vissuto, non risparmiando gli aspetti crudialiano sellitto

e persino volgari dell’esistenza. I suoi personaggi sono reali, tratti dalla realtà quotidiana, privi della patina e del decoro tanto cari agli assertori della Controriforma. Inoltre la sigla stilistica del pittore è ben evidenziata anche negli elementi coloristici e nel disegno scorrevole, tutte caratteristiche riscontrabili anche in sue opere firmate come La Madonna del suffragio e donatore ad Aliano.

Il volto della Vergine della tela in esame è l’esatta copia di quello della Madonna di Aliano e si distingue anche per alcuni dettagli tipici dell’artista come il modo di rendere l’acconciatura ed il velo trasparente.

volto aliano     partic volto

Un altro elemento che ha confermato l’attribuzione è la presenza dei puttini paffuti con il tipico diadema fissato sulla massa soffice dei capelli ancora di stampo tardo manierista,

diadema putti

sellitto partic putti diadema lauria

così come le tonalità calde dell’abito rosa e del manto azzurro della Vergine, oltre che il taglio radente della luce sul corpo nudo del Bambino in modo analogo a quello di Aliano.

bamb aliano    sellitto bambino

Anna Nica Fittipaldi