ULTIMA CENA CONVENTO DI SANT’ANTONIO RIVELLO

Giovanni Todisco

Ultima Cena

Affresco

Refettorio Convento di Sant’Antonio Rivello

1559

LETTURA ICONOGRAFICA ED ICONOLOGICA

L’affresco, conservato all’interno del refettorio del Convento di Sant’Antonio a Rivello fu realizzato nel 1559, come si evince dalla data presente sullo stesso in alto a sinistra sullo stipite della porta, ad opera di Giovanni Todisco pittore lucano originario di Abriola.

Sull’affresco è raffigurata l’Ultima cena, precisamente l’artista ha scelto di prediligere il tema eucaristico, cogliendo l’attimo in cui Gesù impartisce il sacramento dell’eucarestia donando così il suo corpo ed il suo sangue.

L’affresco del refettorio si caratterizza per diverse particolarità iconografiche ed iconologiche, innanzitutto a differenza delle raffigurazioni canoniche dell’Ultima cena che avvengono sempre in ambienti piuttosto semplici ed umili, anche perché quella che si stava celebrando era la Pasqua ebraica un momento molto mistico e solenne, in questo caso la stanza in cui si svolge l’evento sacro è evidentemente un ambiente regale, nobiliare caratterizzato anche dalla presenza di più personaggi rispetto al solito.

La stanza in cui si trovano i personaggi dipinti è riccamente decorata, infatti lo sfondo del dipinto è reso mediante delle architetture che ricalcano un salone nobiliare, per di più abbiamo sulle pareti le famose grottesche, tipologia di pittura diffusasi capillarmente nel corso del Cinquecento. Il Todisco, così come numerosi pittori dell’epoca, deve sicuramente essere stato influenzato dalle decorazioni fatte da Raffaello nelle Logge Vaticane, a sua volta ispirato dai ritrovamenti archeologici della Domus aurea di Nerone, scoperti nel 1480 e divenuti immediatamente popolari tra i pittori dell’epoca che spesso vi si fecero calare per studiare le fantasiose pitture rinvenute. Furono essi che in seguito diffusero questo stile dando vita a quella che il Longhi definisce la “curiosa civiltà delle grottesche”.

Ma la sfarzosità non si ferma alle decorazioni parietali ed all’architettura della sala, poiché anche la stessa tovaglia è di un tessuto prezioso, tanto da sembrare damascata. Tutto questo lusso si spiega facilmente indagando i personaggi presenti all’interno dell’affresco all’infuori di quelli canonici, difatti alle due estremità notiamo la presenza di un uomo ed una donna riccamente abbigliati e due inservienti atti a portare bevande e pietanze ai divini commensali, anch’essi abbigliati con abiti sfarzosi; i due personaggi altri non sono se non il feudatario del tempo di Rivello, nonché committente dell’affresco, Ettore Pignatelli con la moglie. A questo punto è scontato pensare che la scena sia ambientata all’interno della loro lussuosa dimora, proprio come se i regnanti ricevessero i divini commensali per una cena.

Ma le particolarità di quest’Ultima cena non si fermano qui, infatti se ben si osserva la tavola imbandita si nota la presenza di pietanze non canoniche nelle raffigurazione dell’Ultima Cena, ma tipiche della zona quali il famoso biscotto ad otto sulla sinistra, il coniglio ripieno, le fave, le castagne, le noci, i granchi anche questi venivano pescati in un fiume vicino ed erano un alimento consueto dei tempi. Oltre a questi cibi non usuali, ne sono raffigurati altri dal significato simbolico evidente e collegato al fatto sacro dipinto, come le ciliegie simbolo della passione di Gesù per via del colore che evoca il sangue, la melagrana simbolo di resurrezione, la mela simbolo della caduta dell’uomo, della tentazione un ovvio riferimento a Giuda ed al suo tradimento, la pera identificata come frutto della conoscenza  perché pare che l’albero della conoscenza del Paradiso fosse un pero, quindi conoscenza da intendersi in riferimento del venire a conoscenza del tradimento da parte di Giuda, ed in ultimo l’arancia riferimento al peccato originale.

Passando ad indagare gli altri personaggi dell’Ultima cena vediamo come Gesù è reso nel momento in cui impartisce il sacramento dell’Eucarestia a Giuda, riconoscibile per la presenza del simbolo iconografico del sacchetto contenente i famosi trenta denari guadagnati con il tradimento, Giuda è l’unico apostolo che dà le spalle agli spettatori e a differenza degli altri ha l’aureola nera e non luminosa tutti indizi della sua negatività, inoltre il fatto stesso che Gesù impartisca proprio a lui l’Eucarestia può anche essere un modo per indicarlo, visto che durante l’Ultima cena Gesù svela agli Apostoli che uno di loro lo tradirà. Gli altri Apostoli, infatti, sono colti in pose che fanno trapelare incredulità, anche la loro gestualità è studiata nei minimi dettagli, infatti alzano i palmi delle mani quasi come a giustificarsi dicendo “non sono stato io”. l’Apostolo Pietro si riconosce per essere raffigurato a sinistra di Gesù che incrocia le mani al petto in una chiara espressione di preoccupazione, mentre dal lato opposto rappresentato disteso sulla tavola come addormentato in un’espressione mite è Giovanni discepolo preferito di Gesù.

In corrispondenza di Giovanni sotto al tavolo è raffigurata la Maddalena nell’atto di baciare i piedi di Gesù con accanto l’ampolla contenente gli unguenti suo attributo iconografico. Ai piedi del tavolo sono dipinti, inoltre, Sant’Antonio da Padova inginocchiato con i classici attributi canonici del saio e del giglio ed un gatto ed un cane che si affrontano chiaro simbolo ancora una volta di tradimento e scena raffigurata spesso nelle rappresentazioni dell’Ultima Cena.

LETTURA STILISTICA

A livello stilistico notiamo come il pittore di Abriola si è dimostrato molto abile a rendere mediante la rappresentazione della scena un’attenta registrazione del quotidiano, dimostrandosi meticoloso nella resa naturalistica dei personaggi caratterizzati da espressioni che potremmo definire ingenue, spontanee che ben fanno trapelare i sentimenti. A livello coloristico vediamo come le dimensioni spaziali sono create dal rapporto luce-colore più che luce-ombra e che le figure si contraddistinguono per un luminoso plasticismo e per una ricercata resa volumetrica data anche dalla rappresentazione delle pieghe sui vestiti dei personaggi che movimentano la stoffa creando effetti coloristici e luminosi conferendo in questa maniera movimento e volumetria. Si possono notare, inoltre, quasi due piani di rappresentazione distinti, nel senso che per la raffigurazione di fondo dell’interno dell’ambiente nobiliare il Todisco dimostra un uso sapiente della prospettiva e della resa spaziale con mirabili punti di fuga, tale attenzione, invece, si affievolisce nella rappresentazione della tavola in primo piano e soprattutto delle pietanze che appaiono in alcuni casi quasi piatte, forse tale espediente prospettico è stato realizzato per conferire maggiore visibilità alle pietanze visto l’importante significato simbolico che esse avevano.

Dott.ssa Anna Nica Fittipaldi

DA UNA VISITA GUIDATA SPECIALE AD UNA RIFLESSIONE SU TURISMO ED OSPITALITA’ ACCESSIBILE

 

Il sei Giugno scorso, per me è stata una giornata molto importante poiché ho avuto l’onore di portare in visita guidata per il centro storico di Lauria delle persone speciali: Luca, Fabio, Gaia, Pierpaolo e le collaboratrice dell’Associazione Italiana Persone Down-ATL Lauria.

Questa esperienza mi ha dato modo di pensare e riflettere su temi quali il turismo accessibile e l’ospitalità accessibile ed inclusiva. Temi di fondamentale importanza, ma che purtroppo non sono conosciuti da molti e soprattutto spesso non ne sono al corrente gli operatori del settore turistico, coloro i quali, invece, dovrebbero essere i primi a sapere tutto al riguardo.

L’accessibilità, difatti, può essere considerata una disciplina trasversale necessaria ad ogni operatore del turismo a qualsiasi livello professionale. Sarebbe appunto auspicabile l’innescarsi di un vero e proprio cambiamento culturale affinchè si vada verso il miglioramento dell’accoglienza, teso ad intendere l’accessibilità come un valore di tutti a prescindere dalla presenza di persone con esigenze speciali. Spesso gli accorgimenti presi per facilitare le persone con esigenze speciali, per loro risultano indispensabili, ma sono utili per tutti, anche agli anziani, ai bambini, agli stranieri e a persone con un basso livello culturale.

Ma, proseguiamo con ordine ed iniziamo a fare un po’ di chiarezza, cosa si intende per turismo ed ospitalità accessibile ed inclusiva?

Per turismo accessibile si intende quell’insieme di servizi, strutture ed infrastrutture capaci di permettere a chi ha delle esigenze speciali la fruizione dell’esperienza turistica o in generale del tempo libero senza ostacoli e/o difficoltà.

Spesso si fa l’errore di considerare il turismo accessibile come qualcosa che abbia a che fare solo ed esclusivamente con il superamento delle barriere architettoniche, invece è bene considerare quale ulteriore tassello fondamentale quello inerente l’ospitalità inclusiva ed accessibile, cioè l’insieme di tutti quegli atteggiamenti, quei comportamenti tesi a migliorare la qualità dell’accoglienza e la corretta gestione dei servizi. Tali comportamenti dovrebbero essere rivolti a tutte le persone con particolare riguardo alle esigenze specifiche di ognuno. Lo scopo è quello di mettere a proprio agio il turista in ogni circostanza a prescindere dalle “esigenze speciali” del singolo.

Tanto è vero che per la fidelizzazione del cliente e la buona promozione del servizio e/o della struttura è fondamentale la sua soddisfazione psico-fisica, mediante la comprensione dei bisogni e dei desideri di ognuno. Spesso, forse, l’errore che gli operatori del settore turistico compiono è quello di pensare che le persone con disabilità rappresentino un segmento ristretto del mercato, ma al contrario stime delle Nazioni Unite hanno dimostrato che a livello globale le persone con  disabilità siano più di un miliardo, ma si arriva a due miliardi se si considerano anche i familiari e gli assistenti. Quindi, circa un terzo della popolazione mondiale sarebbe coinvolta direttamente con le problematiche della disabilità.

Secondo uno studio del 2012, voluto dalla Commissione Europea, la domanda di turismo da parte di persone con esigenze speciali ha generato un fatturato complessivo di 786 miliardi di euro, pari al 2,75 % del PIL totale dei 27 paesi dell’Unione, e le proiezioni indicano anche che nel 2020 in Europa avremo circa 120 milioni di persone con una qualche forma di disabilità.

Valutando che le persone con disabilità hanno una propensione a viaggiare che si stima superi il 50% e che, abitualmente, si spostano assieme ad amici e familiari si può affermare, senza ombra di dubbio, che il turismo accessibile rappresenta un mercato in crescita che richiede la dovuta attenzione. (Source: http://www.bedandcare.com/pillole-di-accessibilita-cose-il-turismo-accessibile-2/#sthash.HpROFit1.dpuf)

Purtroppo, è triste constatare come le più difficili da abbattere in questi casi non sono le barriere architettoniche, ma quelle culturali. Nella maggior parte dei casi, per scarsa conoscenza, si sbaglia proprio il modo di porsi nei confronti delle persone con esigenze speciali, perché si considerano o come bambini o come completamente incapaci di comprendere le informazioni. Invece, basterebbero pochi semplici accorgimenti che non gioverebbero solo a loro, ma migliorerebbero l’esperienza turistica di tutti.

Un operatore turistico deve sempre ed obbligatoriamente porsi dalla parte del fruitore dell’esperienza che egli offre, ad esempio per me da storica dell’arte è buona prassi quando accompagno le persone alla scoperta di diversi luoghi preoccuparmi sempre di pensare a chi ho di fronte, perché è necessario che io adegui il mio linguaggio e scelga le informazioni da dare in base ai miei auditori. Per forza di cose la visita dovrà essere impostata e plasmata sulla base dei fruitori, delle loro esigenze e di ciò che potrebbe più coinvolgerli. Sarebbe inutile utilizzare per tutti indistintamente un linguaggio comprensibile solo “agli addetti ai lavori” e mostrare sempre le stesse cose, perché così facendo non otterrei la soddisfazione dei fruitori, né tantomeno farei vivere loro un’esperienza che valga la pena essere ricordata. Per questi motivi, io ogni volta “costruisco” il percorso di visita in base a chi accompagno e scelgo anche il linguaggio adatto, perché bisogna sempre mettersi dalla parte dell’altro e perché è impossibile pensare che ciò che interessa dei bambini possa interessare degli adulti, così come diverso è il linguaggio da usare con persone con esigenze speciali, come possono essere coloro che hanno la sindrome di down. Con loro è utile avvalersi di concetti brevi, chiari e facilmente comprensibili con termini di uso comune  e senza parole straniere. Difatti, la non comprensione non dipende dalla difficoltà delle persone che  abbiamo di fronte, ma dal nostro modo di comunicare. Esistono delle linee guida a livello internazionale che orientano il modo di scrivere e di parlare ad alta comprensibilità.

In ultimo, vorrei segnalare due esempi che potrebbero costituire dei case studies la Bed&Care e le guide turistiche ad alta comprensibilità di AIPD.

La Bed&Care è una start up innovativa che si occupa di turismo e che nel suo portale ha una rubrica intitolata “Pillole di accessibilità” tesa a fornire consigli per migliorare la qualità dell’accoglienza, il tutto in collaborazione con AIPD, Irifor e le Associazioni che si occupano di disabilità a 360° . Queste buone pratiche sono rivolte agli operatori del settore turistico ad ogni livello, mediante video-tutorial ed articoli in modo tale che così facendo risulti più facile capire come migliorare la qualità dei servizi offerti in linea con le esigenze dei clienti “speciali”.

Le guide turistiche ad alta comprensibilità di AIPD, delle quali l’ultima uscita risale al 27 maggio, sono state realizzate nell’ambito di due progetti europei: Smart Tourism e Turisti non per caso entrambi coordinati da AIPD. In tutto sono sette le guide (Roma, Venezia, Dublino, Lisbona, Praga, Budapest e La Valletta) redatte da persone con SD, ed è stato realizzato anche un sito www.smartourismguide.com ed un’app.

Come specificato da Anna Contardi, coordinatrice nazionale di AIPD “le guide non sono strettamente rivolte solo a persone con SD, ma a tutti perché l’attenzione alle difficoltà di comprensione di una persona con disabilità intellettiva migliora la qualità di vita di tutti”.

Anna Nica Fittipaldi

 

 

Il palazzo vescovile di Lauria ed il suo stemma

In piazza Viceconti è possibile osservare l’antico Palazzo Vescovile. Esso fu fatto realizzare nel 1640 dal Vescovo Pietro Magri, ed era la dimora abituale estiva dei pastori diocesani fino almeno al 1820.

All’interno del palazzo vescovile si riunirono il Vescovo ed i prelati fra cui il Beato Domenico Lentini durante i tragici fatti del 1806, e nella stessa sede fu anche organizzata una cena con gli invasori i quali si comportarono villanamente mangiando e bevendo a dismisura e rubando le posate.

Sul portone di ingresso dello storico palazzo vescovile vi è uno stemma raffigurante un pellicano che tiene la zampa su un melagrano.

Nello specifico al pellicano è da sempre connesso un importante significato cristologico legato ai concetti di sacrificio, carità e pietà. L’animale è divenuto il simbolo del supremo sacrificio di Gesù, in quanto secondo una credenza popolare il pellicano per nutrire i suoi piccoli si ferisce il petto, invece in realtà l’animale curva il becco verso il proprio petto in modo da prendere il cibo che trasporta nel cosiddetto sacco golare.

Il pellicano è anche un simbolo di devozione familiare, infatti secondo i bestiari medievali l’animale ama moltissimo i propri figli. Questi ultimi appena nati colpiscono i genitori ferendoli, e di conseguenza gli adulti reagiscono uccidendoli. Passati tre giorni la madre si percuote il petto fino a ferirsi e porge il suo sangue ai piccoli che in questo modo riescono a svegliarsi. Tutto questo rispecchia quello che Gesù ha fatto con il genere umano che lo ha respinto, è salito sulla croce e si è immolato versando il proprio sangue per i peccati degli uomini.

A volte, infatti, può capitare che al di sopra di Gesù in croce venga raffigurato un pellicano nel nido con i propri piccoli che si ferisce il petto.

Il pellicano è dunque una rappresentazione allegorica della bontà e della carità.

Il melagrano invece è simbolo di Resurrezione, oltre che di prosperità, di abbondanza. Di fondamentale importanza, soprattutto visto il luogo di cui lo stemma con il pellicano e il melagrano è simbolo, va detto che il frutto esprime anche il concetto di unità tra i diversi, in questa accezione ha ispirato la raffigurazione allegorica della Chiesa, capace di unire in una sola fede molti popoli e culture.

Nel corso degli anni il Palazzo Vescovile è stato sede dell’asilo gestito dalle suore, oggi è una struttura polivalente che funge sia da casa canonica sia da luogo per incontri di varie associazioni impegnate sul territorio per volontariato o attività con i bambini, all’interno viene svolto anche il catechismo ed in ultimo il palazzo viene considerato quale sede di eccellenza per convegni ed incontri culturali.

Dott.ssa Anna Nica Fittipaldi

L’ESERCITO DELLA BELLEZZA

Viviamo in una fase di cambiamento epocale, in un tempo di crisi e criticità drammatiche, non solo economiche, ma anche valoriali. Diventa, dunque, sempre più importante partire dai cosiddetti “cittadini di domani”, dalla nuova generazione sostenendo la loro crescita come cittadini autonomi e consapevoli. Per far ciò, è necessario insegnare ai giovani il senso della valorizzazione ed il significato di Bene Comune.

I futuri fruitori del nostro patrimonio culturale, dovranno essere sensibilizzati adeguatamente verso ciò che rappresenta un bene culturale e dovranno essere stimolati a partecipare, attivamente e creativamente, ad azioni di valorizzazione e di promozione.

Appare sempre più doveroso inculcare nei giovani, attraverso l’esempio, le buone pratiche, un maggior senso civico verso il patrimonio della collettività, approfondendo innanzitutto la CONOSCENZA dello stesso, perché solo cosa si conosce si può tutelare e valorizzare.

Unicamente in questa maniera, nei ragazzi scatterà la molla di voler difendere ciò che apprezzano e sentono ormai come proprio. Essi diventeranno, come auspicato dal noto archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis, come dei soldati di un Esercito della Bellezza impegnati ad operare in difesa dei Beni Culturali e a contribuire alla valorizzazione, promozione e protezione del patrimonio artistico e paesaggistico.

Specialmente le istituzioni, la scuola dovrebbero considerare quale obiettivo primario quello di avvicinare le giovani generazioni alla conoscenza, e quindi alla tutela dei BC come un valore civico, morale. Non esiste un concetto rigido di cosa sia o non sia un bene culturale, vi sono cose, gruppi e complessi di beni che hanno importanza per la storia, la condizione presente e i prossimi sviluppi della cultura per svariati motivi.

La cultura non è proprietà di persone, di classi, di città, di singoli Stati, è di TUTTI. Bene culturale significa dunque Bene Pubblico, ed il vocabolo bene in entrambe le accezioni ha un senso patrimoniale, fa parte cioè di un patrimonio. Il patrimonio culturale è mondiale e allo stesso tempo proprietà di tutti, ciascun Paese risponde del proprio a tutto il mondo civile.

E’ indispensabile, quindi, valorizzare il patrimonio culturale affinché esso si trasformi in una fonte di ricchezza etica, estetica e finalmente anche economica per incrementare lo sviluppo sociale e turistico di una città, di una Regione; e offrire allo stesso tempo un messaggio di speranza in particolare ai giovani che potrebbero far valere la propria creatività, le proprie intelligenze, le proprie competenze e professionalità in un progetto condiviso che guardi al presente con proposte pratiche ed operative e che coinvolgano tutte le componenti sociali.

In conclusione riassumendo, per sostenere la crescita dei giovani come cittadini consapevoli e dotati di senso civico, bisogna in prima istanza stabilire un rapporto di familiarità con i luoghi e gli oggetti che li circondano, in modo da suscitare nei singoli l’interesse di conservare e migliorare la vita della comunità concorrendo a progettare lo sviluppo della città e del territorio nell’interesse comune.

 Anna Nica Fittipaldi

NUOVE MODALITA’ DI VALORIZZAZIONE E FRUIZIONE DEI BENI CULTURALI

Necessità prioritaria oggi è quella di cambiare la mentalità per ciò che concerne il modo di approcciare ai Beni Culturali, per  ciò che riguarda la loro valorizzazione. Si deve radicare in tutti noi l’importanza della Valorizzazione, intesa innanzitutto come conoscenza del bene.

Tanto è vero che per valorizzazione si intende la capacità di trasferire informazioni, conoscenze su un determinato BC, che altrimenti i “profani” non riuscirebbero a capire. Attraverso la valorizzazione si arriva alla radice dei temi connessi a quel BC, a quel luogo, a quella storia.

Senza la conoscenza, dunque, è impossibile anche solo pensare a delle ipotesi di valorizzazione.

Va anche sottolineato che un’altra necessità impellente riguardante il cambiamento di approccio ai beni culturali, interessa la loro natura, essi infatti non devono essere più considerati quali beni intoccabili, investiti da un’aura di sacralità, ma come beni capaci di generare economia. Infatti, ad un bene culturale non sono legati solamente dei valori culturali, ma anche dei valori economici.

Tanto è vero che oggi viene individuato e riconosciuto dagli studiosi un nuovo settore economico, il cosiddetto IV settore quello della cultura, nel quale non si producono beni materiali ma emozioni, scoperte, ricordi, identità. Tutti fattori utili alla valorizzazione del bene e che possono diventare fattori produttivi. Difatti, oggi al bene culturale viene attribuito un VET, Valore Economico Totale, dato da diversi valori e fattori, come ad esempio il valore di esistenza che consta nell’attribuire un valore ad un bene per il solo fatto che esista, o il valore altruistico o di opzione, legato ad un uso futuro che si potrebbe avere mediante il bene, o ancora il valore indiretto dovuto non all’utilizzo diretto del bene, ma ad esempio all’utilizzo dei flussi turistici che esso genera.

Tenendo in considerazione il potenziale economico di ogni bene culturale si può valorizzarlo nell’ottica di una fruizione dello stesso soprattutto dal punto di vista turistico.

Rendere fruibile il bene, non vuol dire snaturarlo o danneggiarlo, poiché si possono realizzare delle azioni di marketing esperenziale assolutamente non invasive.

Ad esempio per veicolare al meglio il contenuto culturale di un bene oltre che per catalizzare l’attenzione del pubblico, l’approccio alla valorizzazione dello stesso deve andare verso le emozioni, i contenuti educativi e culturali devono venire veicolati in maniera nuova, attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie, costruendo un racconto del bene, sotto forma di storytelling in modo da scatenare innanzitutto il coinvolgimento emotivo dello spettatore, catturarne l’attenzione. Spesso nelle offerte culturali, nelle proposte di valorizzazione e fruizione di un bene non si tiene conto di ciò, si deve andare verso proposte basate sull’ edutainment.

Necessario, oggi, per valorizzare un bene culturale è innanzitutto recuperare la conoscenza di esso ed instaurare un nuovo legame affettivo ed emotivo della popolazione nei suoi confronti.

Farlo conoscere non limitandosi al solo bene, ma unendo ad esso anche l’esperienza, le emozioni che ne derivano, servendosi dei nuovi linguaggi, delle nuove tecnologie in linea con le tecniche più utilizzate di marketing esperenziale.

Bisogna essere in grado di veicolare un nuovo tipo di offerta turistica, la quale dovrà essere capace di soddisfare i bisogni di esperenzialità dei turisti.

Il nuovo turista, il turista 2.0 infatti non domanda più semplicemente beni e servizi turistici ma esperienze turistiche complesse e coinvolgenti, l’offerta dovrà per forza di cose essere curvata sulla nuova domanda, per rispondere alle rinnovate esigenze dei turisti.

Dunque, per rendere un BC attrattivo dal punto di vista turistico è necessario che si seguano le nuove direttive del destination management. Il sito e/o il Bene Culturale in oggetto dovrà sempre più funzionare come un teatro, i turisti diventano nell’economia delle esperienze spettatori-attori coinvolti attivamente.

Caratteristiche che un bene-servizio culturale deve oggi avere sono le cosiddette 5 A:

ATTRATTIVITA’

ACCESSIBILITA’

ACCOGLIENZA

AMBIENTAZIONE (intesa come partecipazione)

ANIMAZIONE

Anna Nica Fittipaldi